Spettacoli
Il ricordo di Mario Verdone alla Filmoteca Vaticana, esempio di cinema cristiano

L’intellettuale era un uomo buono, competente, interessato a molte cose e aperto alle arti visive
La Fondazione Ente dello Spettacolo della Cei, presieduta da mons. Davide Milani, direttore della Rivista del Cinematografo,ha curato l’evento “Cinematografo ricorda Mario Verdone” tenutosi giovedì 20 marzo, per commemorare il noto critico cinematografico e saggista italiano. All’incontro erano presenti, tra gli altri, Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la comunicazione, il critico Federico Pontiggia e i tre figli di Mario: Carlo, Silvia e Luca. Mario è stato un personaggio leggendario dotato di una spiccata sensibilità e di un acume sopraffino, “capace di lasciare un segno persistente e caratteristico nel campo dello studio delle arti visive, in particolare del cinema e della sua critica” ha dichiarato mons. Milani. Era un intellettuale ed un educatore, un uomo con interessi eterogenei ed aperto a tante prospettive moderne, eclettico e innovativo, frequentatore di cineasti ma anche di artisti come Scialoja, Sadun e Stradone, divulgatore e regista, autore, critico e curatore di programmi radiofonici. A lui dev’essere attribuito il pregio di aver nobilitato il cinema, elevandolo ad insegnamento universitario. Nato in Piemonte nel 1917 ma cresciuto a Siena, dove fu anche partigiano, completò i suoi studi classici, si laureò in Giurisprudenza e in Scienze Politiche, sviluppò una certa passione per il Futurismo, per il circo e per i viaggi. A Roma collaborò con le principali testate specializzate in filmografia, tra cui l’antica Bianco e nero e Cinema. Insegnò storia e critica del cinema e ricercò, per molti anni, varie forme artistiche e di spettacolo. Autore del libretto Il vecchio geloso (1947), da un intermezzo di Cervantes, che vinse il premio dell’Accademia Chigiana di Siena, lavorò con il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma e, dal 1951, con la Rivista del Cinematografo, la più antica d’Europa dedicata alla settima arte, accanto a Gian Luigi Rondi, Paolo di Valmarana e Ugo Sciascia. Il suo enorme contributo a questo giornale, durato una ventina di anni e iniziato nel dopoguerra, è stato fondamentale ai fini della divulgazione delle novità filmiche presso gli organi ecclesiastici e presso i laici. Durante la manifestazione è stato proiettato il documentario “Mario Verdone, il critico viaggiatore”, ad opera del figlio Luca e prodotto da Laurentina Guidotti e Conchita Airoldi. Luca parla del padre come di un uomo aperto al senso della vita in termini cattolici, di un amante della cultura investito di una grande dimensione umana, di un genitore esemplare che omaggiava il passato con lo sguardo rivolto al futuro, che girava i festival mostrando i fermenti che stavano dietro l’allestimento delle pellicole. Ha insegnato alla sua famiglia che, anche nei momenti tristi e bui della vita, “tutto fa parte di un disegno che ci sovrasta e ci conduce e, se c’è un disegno, allora tutto è da amare. Con questo documentario, Luca si è “sdebitato” con il padre imparando ad amare le passioni della vita, a considerare le persone, ad evitare la superbia. Carlo, il noto attore, ha ricordato le “passioni belle e importanti” che il padre gli ha insegnato e con cui ha appreso a differenziare il valido dal non valido, e quanto sia necessaria l’arte al mondo d’oggi. È anche grazie a Mario Verdone se è cresciuto, pian piano, un sottogenere per troppo tempo sottovalutato: il cinema per ragazzi. Nel 1956 fondò il Consiglio Internazionale del Cinema e della Televisione e, tra le altre cose, fece anche parte della giuria per l’assegnazione degli Oscar. La sua competenza rese note, a livello globale, perle del cinema nostrano come Ladri di biciclette di Vittorio De Sica, che ricevette anche l’ambito Accademy Award. Nei suoi scritti, tra cui ricordiamo Il Trionfo dell’odore (1945), Spettacolo romano (1970), Il cinema neorealista, da Rossellini a Pasolini (1977), Mario dà spazio al cinema rivolto ai bambini, nella consapevolezza che la settima arte meriti un giusto riconoscimento anche tra i banchi di scuola, essendo un valido mezzo di crescita umana. Aveva una profonda umanità ed era convinto di dover condividere la propria esperienza con gli altri, nel massimo rispetto della dignità altrui. Nel 1960 Mario Verdone avanzò una critica molto positiva su La dolce vita di Fellini dalle pagine de Il Quotidiano, testata dell’Azione cattolica. “Si tratta di un’opera nuova e moderna, che si affianca ai pochi veri capolavori della storia del cinema” ebbe a dire. Alcune frange tradizionaliste cattoliche non accolsero bene questa storica pellicola, ritendendola scandalosa per i cattolici e licenziando dal giornale lo stesso Verdone, che rimase profondamente colpito da questa chiusura. Il critico, tuttavia, fu attento anche al cinema religioso e scrisse un saggio intitolato Per un cinema realista, cristiano, pubblicato nel 1947 su La Rivista del cinematografo. Secondo lui “Il cinema cristiano non si deve identificare con sacre rappresentazioni cinematografiche o vite di santi che si fondano su preesistenti e inconfutabili verità. Il film cristiano deve potersi rivolgere a tutti, anche senza simboli religiosi e costumi sacerdotali, alla stessa insaputa degli spettatori. Deve descrivere la vita di tutti; ma più propriamente quella di coloro che sono lontani dalla Chiesa e credono di poterci rimanere per sempre, e da ciò trarre il proprio significato”. Un film è cristiano quando mostra l’umano, quando cerca di rispondere ai tanti quesiti della storia, quando dà spazio alle ferite anche senza riferimenti palesi alle parabole di Gesù e senza simboli cattolici. “Abbiamo bisogno di padri in un mondo che rischia altrimenti di essere orfano e sradicato. Abbiamo bisogno di tornare più piccoli, bambini e ragazzi, per riscoprire le cose che contano. E abbiamo bisogno del cinema per conservare, trasfigurate, le nostre storie” ha specificato Ruffini.