Cultura
L’arte senese fra tradizione e apertura al moderno

“Siena: The Rise of Paining, 1300-1350” è la mostra inaugurata alla National Gallery di Londra l’8 marzo, che celebra i capolavori dell’arte senese del trecento. Realizzata dal museo britannico in collaborazione con il MET newyorkese, la rassegna è comprensiva di ben 100 tesori artistici, con una particolare predilezione per le pale d’altare che sono state smembrate, disperse e disseminate in varie collezioni. La Siena del trecento era una realtà contraddistinta da un certo fervore commerciale e mercantile, che si accompagnava ad una spiccata sperimentazione sul piano culturale. Sin dal XII secolo aveva iniziato ad acquisire un certo prestigio politico ed economico, che la rese una città molto ricca. In questa città si sviluppò una scuola di artisti che ebbe il suo capostipite in Guido da Siena (1230 circa – 1290 circa). Annoverava pittori dell’ambito duccesco che, nell’arco di una generazione, trasformarono la Repubblica senese nel secondo polo culturale italiano, elaborando un linguaggio elegante e raffinato nuovo che accoglieva gli stimoli giotteschi, finendo per approdare ad una visione del mondo diversa da quella fiorentina. Questa bottega d’arte indagava le potenzialità del colore e del ritmo della linea gotica, realizzando rappresentazioni intrise di spiritualità e dalla forte capacità narrativa. La retrospettiva londinese si concentra su alcune delle maggiori personalità, che hanno contribuito a sviluppare enormemente l’arte senese: Duccio di Buoninsegna, Simone Martini, Ambrogio e Pietro Lorenzetti. Duccio di Buoninsegna (1255-1319), capostipite dei questa scuola e vicino a Cimabue, celebra l’imperitura tradizione bizantina esaltandone modelli, iconografie e riti. Tra le opere di Duccio esposte alla mostra vi sono alcuni dei pannelli originariamente appartenenti alla sua Maestà (1308-1311), realizzata per l’altare principale del Duomo senese. Dipinta su due lati, in modo da poter essere vista da ambo le parti, celebra il momento più alto e solenne della maternità ed è l’esempio eccelso di tutta la tradizione iconografica cristiana. Il maestro non inventa niente di nuovo, piuttosto osserva minuziosamente i particolari degli artisti bizantini e li reinterpreta in maniera personale. Osanna il pensiero divino perfezionando la forma a cui aspira, per rendere gloria a Dio. La sua Maestà è la regina, seduta su un trono architettonico finemente intarsiato, ma è anche la più fedele riproduzione della natura sacra della madre del Signore, un’icona suprema. Con la sua pittura Duccio consacra e divinizza la maternità, nella consapevolezza che niente di ciò che è accaduto alla mamma celeste e a Gesù possa essere misurato con i sentimenti umani. La regalità è valorizzata da schiere di angeli e santi, che attorniano la Madonna e il Bambino. Sul retro dell’opera sono presenti scene della Passione di Cristo. Presente anche la Madonna Stoclet (1300), conservata al Metropolitan Museum di New York.

Questa tavola raffigura la Madonna e il Bambino, calati all’interno di un contesto reale. Duccio qui prende le distanze dall’arte bizantina, che vedeva la pittura come un mezzo per esprimere la divinità, dando alle due figure una nuova umanità e concentrandosi sul rapporto psicologico tra madre e figlio. La balaustra, infatti, connette il mondo immaginario del quadro alla realtà dell’osservatore. Esposti anche alcuni pannelli del Polittico Orsini (1333-1337) di Simone Martini (1284-1344), uno degli apici della sua produzione, un meraviglioso polittichetto portatile destinato alla devozione privata, smembrato in più parte conservate ad Anversa, a Parigi e a Berlino.

È formato da quattro tavolette in legno dipinte su entrambi i lati, che dovevano essere assemblate “a concertina” tramite cerniere. Una volta aperte, sul verso dispiegavano quattro scene della Passione e Morte di Cristo, sul retro scene dell’Annunciazione e stemmi della famiglia Orsini. Il maestro è in grado di rendere in maniera eccellente emozioni e volti, con ottimi risultati ritrattistici. Evidenti gli orientamenti del gotico francese, da cui è mutuato un linguaggio lineare potenziato nelle sue qualità decorative ed espressive. Usa uno sfondo dorato trasfigurando ogni elemento realistico, prediligendo il cromatismo nella sua pittura che conferisce luminosità al polittico. Le sue pennellate raffinate e delicate ritraggono masse urlanti, differenziate nelle posture e nei gesti. La mostra ha anche opere dei fratelli Ambrogio e Pietro Lorenzetti, che si contraddistinsero per la forte componente allegoria e per la complessa simbologia presenti nelle loro creazioni, oltre all’umanità dei personaggi. Da Duccio di Buoninsegna Pietro eredita l’esperienza pittorica, arricchendo con toni drammatici e intensamente espressivi l’astratta eleganza del maestro. In più sono evidenti le influenze di Giotto, specialmente nella sintesi plastico-spaziale degli ultimi dipinti di Pietro, insieme agli influssi derivati dalle sculture di Giovanni Pisano. Pietro imprime alle sue figure una certa tensione spirituale, grazie ad un intenso cromatismo e a ritmi fluidi. La Nascita della Vergine (1342), dipinta per l’altare di San Savino nel Duomo di Siena, è un trittico concepito coma una loggia aperta, attraverso cui lo spettatore guarda la scena. Lo spazio è unitario e scorciato e ci sono una certa vivacità e una dolcezza che traspaiono nei volti. A Giotto Pietro si ispira per la quotidianità dei dettagli dell’arredo e degli oggetti, all’interno di un racconto semplice e diretto. Sant’Anna ha appena partorito Maria ed è raffigurata a destra, mentre a sinistra, sotto un portico, è seduto San Gioacchino. Tutto è circondato da drappi e arredi che rimandano alla tradizione senese. È esposto, per la prima volta al di fuori della Chiesa di Santa Maria della Pieve ad Arezzo, anche il Polittico della pieve di Arezzo (1320) sempre di Pietro Lorenzetti, raffigurante la Madonna con Bambino, Santi, Annunciazione e Assunzione. Questa tempera su tavola a fondo dorato presenta figure bellissime con colori pregiati, in campi dorati con oro da cento fogli a fiorino. In questo capolavoro è rimarcata la bellezza e l’eleganza della veste della Vergine e la tensione emozionale con cui la madre guarda il figlio. Troviamo San Donato, San Giovanni evangelista, San Giovanni Battista e San Matteo, insieme ad altri santi, mentre sulla testa della Madonna svetta l’Annunciazione. L’opera è un eccezionale esempio della fase matura di Pietro Lorenzetti, che assimila la lezione di Buoninsegna oltre a quella di Giotto. Ambrogio, invece, risulta più influenzato dalle esperienze fiorentine, pur essendo formatosi come il fratello nell’ambiente duccesco. Da Giotto assimila la salda volumetria dei personaggi, che viene inserita in chiare costruzioni spaziali ravvivate con un cromatismo splendente, senza ricorrere al chiaroscuro. In seguito punta su rappresentazioni garbate e poetiche degli avvenimenti, dando spazio ai particolari della vita senese di cui è il massimo interprete. La mostra comprende la sua Annunciazione (1344), conservata presso la Pinacoteca Nazionale di Siena.

Qui Ambrogio recupera il tradizionale fondo oro, ma suggerisce la profondità dello spazio attraverso lo scorcio delle mattonelle del pavimento e le possenti figure dell’angelo e della Vergine. Il pittore raffigura i momento in cui Maria accetta il destino comunicatole dal cherubino. La mostra potrà essere visitata fino al 22 giugno.