Cultura
Scoperto un reperto del Cristianesimo primitivo

I versi sacri riportati sul manufatto attestano la profonda fede religiosa del defunto e sono tratti dalla Bibbia ebraica o Torah
Un gruppo di archeologi di Francoforte ha scoperto un prezioso reperto, che potrebbe riscrivere la storia del cristianesimo primitivo. Si tratta di un cilindro d’argento del diametro di 3,5 centimetri, contenente all’interno un esile foglio di lamina, arrotolato strettamente, con impressa un’iscrizione di 18 righe. È stato rinvenuto nel 2018 in seguito agli scavi iniziati l’anno precedente presso la necropoli di Nida, antico insediamento romano riportato alla luce al di sotto del moderno distretto di Heddernheim, a nord di Francoforte sul Meno. Simili insediamenti vennero eretti negli anni delle campagne militari dell’imperatore Augusto, per agevolare lo spostamento delle truppe dal Reno nelle zone più interne della Germania. L’oggetto è stato decifrato sei anni dopo e solo ora è stato esposto permanentemente nel museo archeologico della stessa cittadina tedesca. Gli esperti l’hanno identificato dentro una tomba risalente al periodo tra il 230 e il 260 d.C., contenente i resti di un uomo di età compresa tra i 35 e i 45 anni. L’amuleto si trovava sotto il mento del cadavere e, in un primo momento, era legato al collo con un cordino.

Doveva svolgere, con molta probabilità, una funzione simile ai “filatteri”, le due capsule di cuoio contenenti strisce di pergamena con iscritti versetti sacri tratti dalla Bibbia ebraica o Torah. Gli israeliti le portavano, legate con delle cinghie, una al braccio sinistro e l’altra al capo mentre pregavano. Queste corone religiose servivano a proteggere gli individui che le indossavano, come una sorta di armatura, dalle sciagure della vita. Molto interessante la datazione del reperto. Risale almeno al III secolo d.C., quando alle pratiche divinatorie preesistenti si affiancò ben presto il cristianesimo, inizialmente accolto con diffidenza da parte degli imperatori romani che ordinarono atti persecutori a danno dei nuovi adepti al culto di Gesù di Nazareth, tra cui quelli perpetrati da Decio e Valeriano. Molti cristiani furono condannati, crocifissi e costretti a combattere nelle arene, mentre altri furono obbligati a praticare la nuova religione in segreto nelle catacombe. L’amuleto, restaurato nel Museo archeologico di Francoforte, è una testimonianza cristiana molto più antica rispetto a quelle finora conosciute, risalenti almeno ad un secolo successivo rispetto al periodo storico di riferimento di questo esemplare. La difficoltà nello studio dipendeva dal fatto che il pezzo era piegato, pressato ed estremamente fragile, perché rimasto sottoterra per 1800 anni. La lamina di cui è costituito non poteva essere toccata, per cui era necessaria l’applicazione di tecniche non invasive che permettessero di leggere il suo contenuto, senza dispiegare fisicamente l’involucro, onde evitarne il deperimento. Ivan Calandra, responsabile della piattaforma di imaging presso il Centro di archeologia di Leibniz (Leiza) a Magonza, ha spiegato che l’applicazione della tecnica di tomografia computerizzata, da parte del Leiza, ha permesso di srotolare digitalmente e di scansionare il sottile foglio. Sono state prodotte delle immagini ad alta risoluzione ed è stato elaborato un modello tridimensionale virtuale, grazie a cui è stato possibile riunire i vari segmenti rendendo possibile la lettura del testo iscritto sull’oggetto. Markus Scholz, docente di Archeologia e storia delle province romane all’Università Goethe di Francoforte, ha decifrato le diciotto righe in latino. “In genere, tali descrizioni sono in greco o in ebraico, perciò si tratta di un ritrovamento insolito” ha detto Scholz. Altri due fatti atipici connessi alla vicenda di questo amuleto riguardano il luogo della scoperta e il contenuto dello scritto. L’archeologa biblica Tine Rassalle ha specificato che amuleti dal valore religioso e protettivo sono stati recuperati, quasi sempre, in siti del Mediterraneo orientale. Sono prove tangibili di credi diversi e conservano preghiere rivolte a più divinità giudaiche e pagane. Questo di Francoforte, invece, è stato scoperto nella zona romana occidentale, attesta la circolazione del cristianesimo in aree lontane dai tradizionali centri di diffusione e cita, esclusivamente, Cristo. Reca riferimenti a San Tito e al discepolo di Paolo, riporta l’invocazione “Santo, santo, santo!”, diffusa nella liturgia cristiana dal IV secolo, e registra perfino la prima citazione della Lettera di San Paolo ai Filippesi. L’erudizione che trasuda dall’iscrizione ha fatto supporre che l’autore fosse uno scriba più che istruito, conoscitore delle Sacre Scritture e molto legato alla sua fede. Dovette nascondere il suo credo per evitare di essere perseguitato, ma portò con sé nell’Aldilà un corredo che comprova la sua religiosità. Alcuni passi si sono persi e la discussione sul contenuto del testo è ancora aperta, nonostante la traduzione fornita da Scholz. La versione attualmente nota è la seguente: “[Nel nome] di San Tito. Santo, santo, santo! Nel nome di Gesù Cristo, Figlio di Dio! Il Signore del mondo resiste [al meglio delle sue possibilità] a tutti [gli attacchi/ostacoli]. [Dio] garantisce l’accesso al benessere. Possa questo mezzo di salvezza proteggere chi si abbandona alla volontà del Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, poiché davanti a Gesù Cristo tutte le ginocchia si piegano: i celesti, i terrestri e i sotterranei, e ogni lingua confessa [Gesù Cristo]”. Secondo Mike Josef, sindaco della città tedesca, “è la più antica testimonianza del cristianesimo a nord delle Alpi”. Queste righe – sostengono gli studiosi, sono fondamentali per approfondire le conoscenze, in merito alla proliferazione del cristianesimo nella zona settentrionale dell’impero romano, la cui datazione, con molta probabilità, deve essere anticipata di 50-100 anni.